C’è chi dice che per costruire una moto ci vogliono chiavi inglesi, chiavi in pollici, chiavi a brugola, cacciaviti, bulloni, viti e tutta una serie di ferraglia più o meno indispensabile. Ma mai nessuno penserebbe che per costruire una moto servono anche rossetto, rimmel, fard, limetta per le unghie ed ammennicoli vari tipicamente femminili dall’utilità più o meno sconosciuta alla maggior parte di noi uomini con barba, baffi e peli sul 70% del corpo.

Affezionati come siamo al concetto di “semplicità”, ci riusciva difficile immaginarci alle prese con una bagger del genere. Una moto che fa del concetto di “totalità”, invece, la propria bandiera da far garrire al vento.
Se nei chopper che solitamente presentiamo troviamo il meno possibile di tutto (cromo, gomma, accessori, fili, elettronica) sulla Street Glide che vi presentiamo c’è invece l’opposto di tutto: più gomma, più cromo, più accessori, più vetroresina.

Bastano pochi tocchi sapienti per trasformare un anonimo Sportster 1200 del 2001 in un bobberino da leccarsi i baffi. Poche modifiche visibili, molte invisibili a migliorarne le prestazioni e la guidabilità, e il gioco è fatto. E non serve neanche affidarsi alla migliore officina presente sul mercato, basta aggiungere un pizzico di savoir faire, di manualità, di inventiva, e neanche troppa grana. Giusto per dirla tutta.


Vengono da Fort Worth, in Texas, sono due fratelli, appassionati di moto, ovviamente, altrimenti non saremmo qui a parlarne, di moto di un certo tipo, che rispondono a due parole d’ordine ben precise: basse e muscolose. Muscolose nel senso allargato del termine, ovvero moto che danno l’idea di potenza, moto ben piazzate sull’asfalto come giocatori di football.

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